Recensioni libri

Recensione: “Maria Zef” di Paola Drigo

Buongiorno a tutti sono Elena, vi ringrazio di essere su Life is like a wave who rises and falls! Buon Ferragosto e oggi finalmente posso parlarvi di:

Maria Zef

di Paola Drigo

Minimum Fax, 2022

ISBN: 978-8833893662, 201 pp.

Carnia, anni Trenta, nel cuore di un Friuli povero e isolato. Dopo la morte della madre, Mariute e Rosùte, di quattordici e otto anni, vengono ospitate per un breve periodo presso un convento e poi affidate allo zio, Barbe Zef, che si rivela presto un uomo violento. Confinate in un casolare sperduto, le due sorelle conducono un’esistenza durissima cercando di proteggersi a vicenda da una convivenza che si fa sempre più opprimente. 

Pubblicato nel 1936, Maria Zef, è il ritratto crudo di un mondo nel quale la sopraffazione maschile domina incontrastata e qualunque forma di riscatto sociale è un’utopia. Il lirismo di alcune pagine – come quelle che raccontano l’amore di Mariute per il giovane Pieri – il profondo senso di pietà per i diseredati, il rifiuto di ogni facile retorica in pieno ventennio fascista lo rendono, ancora oggi, un romanzo di profonda attualità, che merita una riscoperta. 

Paola Drigo / 1876 – 1938
una delle voci più interessanti della narrativa italiana del primo Novecento, viene considerata una delle prime scrittrici femministe. 

Classificazione: 4 su 5.

Reading time: dal 3 al 4 agosto 2022.

Lettura n° 30 del 2022.

Questo bel libro è appena stato ristampato nella collana Introvabili edita da Minimum Fax e sono contenta di averlo scoperto (grazie a mio papà)!

Introvabili nasce dalle nostre radici più profonde: perché ognuna delle persone che lavora a minimum fax, prima ancora di contribuire a farli, i libri, ha fatto della lettura la propria passione dominante. E tutti noi abbiamo almeno un libro che ha segnato la nostra vita, che è rimasto indelebile nella memoria ma che non ha resistito al trascorrere del tempo e alle distrazioni dell’industria editoriale: un libro che è diventato, di conseguenza, introvabile.
Abbiamo quindi deciso di presentare ai lettori i «nostri» libri: testi fuori catalogo o non reperibili in libreria, che sentiamo come attuali, necessari, vicini alla nostra sensibilità come a quella di chi, da anni, ci segue con passione e fiducia. 

Ambientato nelle montagne della Carnia degli anni Trenta, Paola Drigo ci narra della durezza della vita tra le due guerre, di Mariute e Rosùte, due bambine che diventano orfane di madre nate in una famiglia povera che vive del pascolo e di quello che riescono a produrre commerciandolo in una specie di viaggio-transumanza perchè avevano bisogno di vendere per poter comprare le scorte di cibo per l’inverno. Le bambine nell’attesa dell’arrivo dello zio vengono ospitate dalle suore e vediamo la contrapposizione tra le montagne selvagge, in cui i bambini non sono istruiti nè tanto meno hanno una vita religiosa, alla vita cittadina più civile. La maggiore Mariute diventa la madre della sorellina anche quando la loro madre era ancora in vita perchè era troppo stanca dal duro lavoro e debilitata dalla malattia che la porterà alla morte. Mariute dai quattordici anni che ha deve crescere per forza, smettere di pensare al ragazzino Pieri (che parte per l’America sperando di farvi fortuna per poi tornare a casa), smettere di cantare le canzoni popolari con la sua bella voce per diventare la donna di casa, mettere per ultimi i suoi bisogni e dare la precedenza a quelli della sorellina e dello zio Barbe. L’infanzia è qui un fatto meramente anagrafico. Ma purtroppo il peggio deve ancora venire perché lo zio Barbe si dimostra essere un terribile orco che la violenta. All’asperità della vita di montagna fatta di sacrifici e privazioni si unisce così il tema dell’incesto, della società maschilista e patriarcale, di quel tempo.

Mariute accetta la povertà e il vivere di stenti, riesce ad accettare anche la violenza ma non riesce ad accettare che una simile vicenda possa viverla anche la sorellina. Mariute si ribella allo zio-orco Barbe, lui che era alla stregua di un animale che segue i suoi impulsi, con una reazione istintiva per la sopravvivenza sua e della sorellina.

Ciò che deve far pensare è che questo libro non parla di una società lontana dalla nostra, non è ambientato nel Medioevo o secoli fa, ma descrive le piccole comunità di pastori alpini nel periodo a cavallo tra le due guerre mondiali. Sembrano tempi lontanissimi da noi ma non lo sono poi così tanto, fanno parte ancora della nostra eredità. Potrebbero essere i nostri nonni o bisnonni ad aver vissuto un’atrocità simile. Da molti considerato il primo romanzo femminista, Maria Zef è scritto da quella che è considerata la maggiore scrittrice di racconti e romanzi, veneta della prima metà del Novecento, giornalista che collaborò con le principali riviste letterarie e scrisse sulla terza pagina del Corriere della Sera.

Sono contenta di aver letto questo libro, scritto con un linguaggio crudo ma fortemente simbolico e metaforico e spero che, ora che è stato ristampato da un ottimo editore, verrà letto da molti perché storie del genere non vanno dimenticate, sono parte della nostra storia e la Storia non va mai dimenticata.

Da leggere.

È raro che la montagna offra un’immagine di serenità: più spesso i suoi aspetti offrono una visione di violenza e di angoscia, come un pietrificato tormento, il dramma delle forme.
Il suo silenzio ha il senso grandioso e disumano della solitudine di cui è figlio; la sua solitudine è austera e senza moto, impaurisce l’anima che l’interroga molto più della mobile immensità del mare.
Solo quando la neve la ricopre della sua morbidezza mortale, la montagna apparentemente si addolcisce e si placa in un’illusione di pace; ancor più rari sono i giorni, sotto il sole o sotto la neve, in cui la montagna veramente sorride.

L’aria libera e fredda le sferzava il volto; sotto il cielo intensamente azzurro anche la povertà della baita e l’ingrato lavoro assumevano una parvenza di letizia, di libertà, che inconsapevolmente la rallegravano.

Chi non si muove dalla montagna e non ne conosce altra vita, si contenta e ci resta, ma chi ha visto il mondo e abitato altri luoghi, difficilmente si adatta a farvi ritorno.

Come il cane può spezzare fugacemente la catena a cui è avvezzo, e anche mordere la mano del padrone, ma torna presto, volontariamente, a coda bassa e pieno di paura, al suo collare di schiavitù.

Certo, quando si è avvezzi al dolore, non è facile passare alla gioia, e se ne ha quasi paura…

Buon Ferragosto a tutti,

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