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Recensione: “Il caos da cui veniamo” di Tiffany McDaniel

Buongiorno a tutti, sono Elena e vi ringrazio di essere ancora una volta qui a leggere Life is like a wave who rises and falls. Oggi vi parlo di un libro di un’autrice che per me ormai è una garanzia e della quale comprerò tutti i libri che usciranno. Oggi vi parlo del bellissimo e struggente:

Il caos da cui veniamo

(The Chaos We’ve Come From – Betty)

di Tiffany McDaniel

Edizioni di Atlantide, 2018

ISBN: 978-8899591250, 432 pp.

Traduzione di Lucia Olivieri

La mia copia è la numero 072 della prima edizione

Una ragazza diventa donna davanti al coltello. Deve imparare a conoscerne la lama. La ferita. A sanguinare. A portare la cicatrice senza smettere, in qualche modo, di essere bella e con le ginocchia abbastanza forti da poter strofinare il pavimento della cucina ogni sabato.

Così comincia la storia di Bitty e della sua caotica famiglia, i Lazarus, sullo sfondo degli Appalachi tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento: un padre di origine pellerossa, forte e sognatore, creatore di mille e mille fantastiche storie, una madre bellissima e smarrita, prigioniera di sé stessa e dei propri fantasmi, i tanti fratelli e sorelle, ognuno dei quali porta con sé desideri e segreti inconfessabili. Infine Bitty stessa, l’Indianina come viene chiamata affettuosamente da suo padre, che cresce nella cittadina di Breathed, Ohio, tra odio, amore, pregiudizi e magie invisibili, coltivando il sogno di diventare scrittrice.

“Un po’ danza, un po’ canto e un po’ raggio di luna”, Il caos da cui veniamo, ispirato alla vera storia della madre dell’autrice, Betty, è un romanzo di una bellezza assoluta e bruciante, lontano da ogni compromesso e rassicurazione, e conferma Tiffany McDaniel, dopo il libro rivelazione L’estate che sciolse ogni cosa, come una delle voci più intense e originali della letteratura americana di oggi.

Caos. Un termine che indica confusione, disordine, un caleidoscopio infranto d’irrequietezza. Qualcuno può pensare che la mia famiglia corrisponda a tutto questo. Una madre (un padre in un vortice di irrequietezza. Figli che vivono nel disordine, nella confessione assoluta. Questo siamo noi. I Lazarus. Un caleidoscopio infianto. Sì, forse siamo il caos. Ma è stato una meraviglia esserlo.

Tiffany McDaniel è nata in Ohio, dove vive, nel 1985. L’estate che sciolse ogni cosa, suo debutto nella narrativa, è stato un caso editoriale negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e ha vinto, fra gli altri, il Not the Booker prize come migliore romanzo dell’anno. Il caos da cui veniamo viene pubblicato da Atlantide in anteprima mondiale contemporaneamente al primo libro di poesia di Tiffany, Queste voci mi battono viva.

Classificazione: 5 su 5.

Finisce subito tra le migliori letture di sempre!

Reading time: dal 6 al 31 luglio 2022.

Lettura n° 27 del 2022.

«Mio padre direbbe che è troppo povero per permettersi le ali. Così ce le costruiremo noi le nostri ali, eh, papà? Ci faremo le nostre ali con il caos da cui veniamo, perché è attraverso il caos che abbiamo imparato a volare».

Acquistai Il caos da cui veniamo al Salone del Libro del 2019 e dopo qualche mese lessi L’estate che sciolse ogni cosa che amai fin dal principio. Decisi che Tiffany McDaniel con me aveva bisogno di un secondo libro per confermare ciò che penso di lei, ovvero che è una grande scrittrice contemporana, una voce come poche ce ne sono oggi. Ebbene, è accaduto con questa lettura. Ho deciso che ogni libro che uscirà di lei lo prenderò e dovrò leggerlo. Ho già deciso che per il mio compleanno voglio regalarmi gli altri tre libri che mi mancano (e ormai me ne manca materialmente solo uno perché ho già presto gli altri due) e sono contenta di aver scoperto quest’autrice pubblicata da un editore che nel 2019 non era così facile da trovare perché è un editore indipendente ma Tiffany McDaniel scrive dei capolavori e nonostante il prezzo un po’ alto di alcune edizioni di questi libri sono comunque assolutamente da leggere.

Purtroppo ho impiegato quasi un mese per leggerlo ma vi assicuro che se fossi stata a casa a far nulla l’avrei letto in una manciata di serate, che è quanto avvenuto in realtà solo che le serate non erano tutte consecutive ma molto spezzettate a causa degli impegni e della stanchezza che ne è conseguita. Non vi nascondo che l’ultima sera di lettura, quando mi mancavano ormai una settantina di pagine sapevo che avrei pianto e infatti in più punti ho dovuto stoppare la lettura perché non riuscivo a continuare dagli occhi appannati. Come raccontare e riassumere un romanzo così intenso, toccante, doloroso e travolgente?

Questo libro è un C A P O L A V O R O !

Chi mi legge da tanto sa che non uso le cinque stelline a caso e che non spreco una parola del genere per tutte le letture, anzi!

Tiffany ci racconta la storia di sua madre, Bitty Lazarus, e della sua singolare famiglia. La narrazione è in prima persona al passato dal punto di vista di Bitty e l’autrice ci presenta Elka e London, i genitori di Bitty, e ci racconta come si conobbero e come nacquero i molti figli e già con le prime 40 pagine mi ha conquistata. Elka è una donna giovane che nel giro di qualche anno si è trovata con un marito che non ha scelto e dei figli (otto in totale: Leland, Fraya, Yarrow, Waconda, Flossie, Hawkthorne, Bitty e Trustin) che almeno all’inizio era troppo giovane per avere. Da subito si presenta come una donna arida, egoista ma spezzata da quanto accadutole da giovane. Così la piccola Bitty si avvicina maggiormente al padre London, pellerossa che con le sue storie cerca di far evadere i figli dalla dura e triste realtà. Nel libro c’è anche un mistero, una persona sconosciuta che per tutto il libro spara dei colpi di fucile per la cittadina di Breathed ed è bello capire chi e perché ebbe quest’abitudine.

Tiffany ha un linguaggio particolare, evocativo, poetico, quasi lirico e ogni capitolo inizia con una citazione tratta dalla Bibbia che preannuncia quello che sarà il capitolo. I personaggi seppure siano molti sono tutti magnificamente caratterizzati e sono persone comuni, sembra di poterli vedere mentre Tiffany ce li racconta. Ciò che ho trovato affascinante, ma era già capitato anche ne L’estate che sciolse ogni cosa, è che i personaggi non sono buoni o cattivi, il libro non ci racconta di opposti, di bianco e nero, ma di grigi, di persone umane e ambivalenti, con difetti, che sbagliano. Nel libro ci sono delle parti bellissime, come quella della leggenda della nascita del salice piangente, a parti più realiste, come il discorso tra Fraya e Bitty sui genitori e sui figli maschi e femmine, ma non solo perchè parla anche di violenza in forme diverse, di dolore e sofferenza, di fratellanza, di peccato. Le scene più forti sono quelle tra Bitty e la madre quando quest’ultima ha le crisi di depressione perché in queste parti è crudele e insensibile. Nel leggere l’episodio della gatta con i micini ho provato disgusto oltre che un’immensa tristezza per quello che deve aver provato Bitty in quel momento e ho dovuto stoppare la lettura un attimo prima di proseguire. Il caos da cui veniamo è anche un racconto di storie di emarginazione e pregiudizi, come nel caso di Bitty o della Vecchia Ciabatta, donna di 97 anni che con la sua storia ci presenta una lesbica prostituta ora ricordata per la grande vecchiaia.

Andando avanti nella lettura la madre si stempera un pochino, ha meno quegli eccessi che ce la fanno quasi odiare all’inizio del libro, forse anche perchè piano piano Bitty cresce e con lei anche la sua percezione delle cose. Molto molto bello è il discorso di Alka sul marito London che ricorda i cieli stellati delle notti in cui sono nati i suoi figli. Di otto figli però alcuni muoiono, chi in tenera età e chi in circostanze diverse e in quei casi leggiamo delle pagine bellissime, su come Alka e London affrontano a modo loro il lutto dei figli, su come reagiscono i fratelli rimasti e Bitty. London arriva a intagliarsi il proprio bastone con il volto dei figli perché sono il suo bene più prezioso.

Libri come questo sono piccoli gioielli di una bellezza spettacolare che dovrebbero leggere molte più persone per capire da una parte l’America di metà secolo scorso e dall’altra per lasciarsi incantare da storie del genere meravigliosamente raccontate. Crescendo agli occhi dell’Indianina Bitty il padre London perde un po’ di quell’alone di magia e di narratore di storie fantastiche mentre la madre Alka diventa più equilibrata, meno sognatrice del marito ma più realista, a pagina 374 Bitty le chiede consiglio sulla sorella Flossie:

«Perché lui mi direbbe di salire su un monte e di far rotolare giù un sasso per liberarmi del mio peccato. Tu invece mi dirai se devo raccontare allo sceriffo quello che è successo».

Il caos da cui veniamo ci parla anche di argomenti quali il razzismo, l’emarginazione e l’autoaccettazione perché Bitty è l’unica tra tutti i fratelli ad aver ereditato i tratti caratteristici del padre e così lui la chiama “Indianina” ma lei subisce anche gli insulti e le vessazioni dei compagni. Bitty ha sempre parlato del padre e della sua famiglia come dei poveri ma con la morte e il funerale del padre (parte in cui piangevo a dirotto) capiamo insieme alla narratrice come fosse in realtà amato da tutti. È stato molto bello capire insieme a Bitty come per London ogni figlio fosse unico e speciale per lui, come con ognuno dei figli ebbe un rapporto particolare perché la narrazione dal punto di vista esclusivo di Bitty ci lascia intendere che lei, l’Indianina, fosse la preferita del padre.

Nel libro non mancano diversi riferimenti a L’estate che sciolse ogni cosa e solo adesso mi dispiace non aver letto questo secondo libro molto prima, ma d’ora in avanti cercherò di tenermi al passo via via che esece un libro nuovo! Tiffany ci dà un libro dalla narrazione potente che spesso è sospesa tra magia e realtà che è lungo 432 pagine ma se ne avesse avute altre 400 sarebbe stato comunque bello e soprattutto l’avrei letto per conoscere tutta la storia di Bitty. Chissà se ce la racconterà prima o poi!

Ho notato tre refusi in tutto il libro (a pagina 74, 358 e 388) ma che importanza hanno tre errori di battitura in un testo del genere? Nessuna.

Desidero ringraziare Edizioni di Atlantide per aver portato in Italia quest’autrice meravigliosa, imperdibile, che è diventata una voce che non posso non leggere e che sono orgogliosa e felice di poter dire di avere nella mia biblioteca personale.

Immagino che esistano cose che non ci è possibile dimenticare.

E Il caos da cui veniamo è sicuramente una di quelle, è un libro che come la vita è triste e felice, bello e brutto, crudele e fantasioso… insomma da vivere e da leggere.

Chiudo la recensione sperando di aver reso onore a questo libro ed è scontato dire che è una lettura che consiglio a tutti. Vi lascio le frasi che ho sottolineato.

Aforismi:

«Ho il cuore fatto di vetro». Si arrotola una sigaretta. «È di vetro, e se mai perderò il tuo amore, si frantumerà in un dolore così grande che non basterà l’eternità a ripararlo».

Ci sono persone che tendono al cielo, che sono troppo grandi per questo nostro mondo, simili a sequoie giganti. E ce ne sono altre che possiedono la bellezza e la delicatezza di un mazzo di peonie. Altre ancora, indimenticabili, lasciano pustole nella nostra memoria come l’orticaria provocata da una pianta irritante.
C’è chi non fa altro che tessere ragnatele con la lingua, o con le mani. Chi è molesto come un nugolo di moscerini in soffitta. Poi c’è chi semina pettegolezzi come i soffioni spandono i propri semi, e chi non è capace di compiacersi di una vita florida se non può godere del fallimento di chi ha intorno, come i funghi che crescono sulle piante avvizzite.

«Quando ti senti persa, Bitty, smarrita, perduta a te e al mondo, non devi fare altro che alzare la testa e guardare su. Non importa dove sei né dove stai andando, perché sarai sempre a sud del paradiso. Capito, Indianina?».

A volte la gente vuole convincersi di qualcosa a tutti i costi.

È strano come la memoria propenda verso il dolore, ma dobbiamo pur ricordare l’origine delle nostre cicatrici.

Amavo mia madre. Lo so perché ogni volta al mio risveglio la sua morte era un peso insopportabile.

Ci sono cose che non riusciamo a lasciarci alle spalle. Ci sono cose che un giorno, per qualche istante, ci spingono a un gesto di follia.

«A volte sono le persone che meno ci aspettiamo a sorprenderci, Bitty».

«Il lampo è il diavolo che picchia alla porta del paradiso», disse. «Vi si scaraventa contro con tutto il suo peso, tentando di aprire una breccia in cielo. Dicono lo faccia soltanto quando piove, per non far vedere le proprie lacrime mentre bussa alla porta del padre implorandolo di lasciarlo entrare».

«Ho cominciato la mia vita da nessuno. Tua mamma, trasformandomi in un padre, mi ha offerto la possibilità di concluderla come qualcuno degno di essere ricordato. Ma posso essere un padre solo accanto alla donna che mi ha dato i miei figli. Se la lascio, abbandono il miracolo. E a quel punto? Mi ritroverò al freddo e perderò i piedi per i geloni senza ricordare che avrei potuto essere salvato. Perciò la risposta è no, Indianina, non me ne andrò, non fuggirò mai. Perderei tutto».

Sarebbe tutto più semplice se si potesse custodire nella pelle la memoria delle cose brutte che succedono nella nostra vita. E poi sbarazzarsene come fanno i serpenti quando cambiano pelle. E così abbandonare da qualche parte quell’orrenda roba rinsecchita e allontanarsi con una nuova pelle e tutte le possibilità che questo comporta.

“Non sono i diamanti a fare la vostra ricchezza. La vostra vita, le persone che amate e che vi amano, queste sono le cose che vi permettono di vivere nell’abbondanza. Non la possibilità di acquistare ciò che desiderate”.

«Oro e diamanti e tutto il denaro del mondo non ci rendono ricchi. Non importa quel che dicono tutti. E non importa se non abbiamo un centesimo in tasca, perché finché siamo insieme, possediamo tutte le ricchezze del mondo».

«Che ti possa proteggere contro chiunque tenti di abbatterti».

Quale debolezza per una donna che mostrava le proprie spine con la saggezza delle rose.

A volte ci offriamo strani doni per sopravvivere alla verità.

Ero già consapevole che una giornata così non sarebbe tornata mai più. Le cose non si ripetono.

A volte è questione di un attimo. La morte arriva come un sasso che scivola sott’acqua senza sollevare spruzzi.

«I nostri padri ci lasciano sempre qualcosa. Ma anche le nostre madri».

«Non è facile essere donna, piccola Cherokee. Soprattutto se passi tutta la vita ad aver paura di cosa sei, di chi sei».

«Smettila di avere paura di tutto, altrimenti non farai mai niente».

«È tanto più semplice essere un ragazzo che un uomo. È stata l’unica cosa che sia mai stato capace di far bene, perciò immaginavo che sarei sempre rimasto un ragazzo. Mi sembrava di essere infinito».

Ogni storia diventa un’altra nell’archivio di un uomo che desidera un destino diverso.

Volevamo essere i figli di quei genitori, eppure ce ne restavamo lì senza un sorriso, conoscendo fin troppo bene il caos da cui venivamo.

«Ci sono uomini che sanno con precisione l’ammontare del proprio conto in banca. Altri ricordano quanti chilometri ha percorso la macchina e quanti ancora può farne. C’è chi sa a memoria le medie di lancio del suo giocatore di baseball preferito, o quanti soldi gli ha fregato lo zio Sam. Tuo padre non sa nessuna di queste cose. Gli unici numeri che ha in testa Landon Lazarus sono quelli delle stelle che splendevano la notte che sono nati i suoi figli».
Mentre le nostre lacrime cadevano ai nostri piedi, mia madre disse: «Non so te, ma io credo che un uomo che in testa ha i cieli stellati dei bambini che ha procreato è un uomo che merita l’amore dei figli, soprattutto quello con più stelle di tutti».

Era così sbagliato che proprio lui tra noi dovesse trovare la morte. Proprio lui, che era quello che meno aveva peccato. Eppure noi restavamo, diavoli viventi accanto a un angelo senza vita.

Il dolore spinge a fare gesti come questo e credere che possa bastare in eterno.

«Sai perché esistono le montagne, Indianina?», disse mio padre guardandosi intorno.
Tirai su col naso e lo fissai. Per quanto fossi cresciuta, ero ancora una bambina tra le sue braccia.
«Oh, Bitty…», mi strinse forte. «Vedi, le montagne esistono affinché gli uomini possano salire in cima e far rotolare a valle i loro peccati. Dio è saggio, figlia mia. È per questo che il mondo non è una piatta distesa di terra, dannazione».

Il dolore tiene legati a certi luoghi.

Per quanto si tenti di acquattarsi a terra e ripararsi dietro le foglie più grandi, non ci è dato sfuggire alla verità.

«Non fare promesse che non puoi mantenere».

Ma ci sono cose da cui non è possibile lavarci.

Ci sono giorni in cui non c’è spazio per la rabbia.

«Sì, la vita ti ripaga con la stessa moneta».

«Ti ho raccontato una bella storia… Ti va di sapere la verità, adesso?».

«“Nell’oscurità tutto ha lo stesso colore”, dissi. “La pelle di tutti è uguale. Non è più possibile distinguere i bianchi dai neri”».

In quel momento mi resi conto che ogni bambino impara ogni volta che la culla dondola, lui si avvicina ai suoi genitori per poi discostarsene di nuovo. È così che la vita scorre, avvicinandoci e allontanandoci l’uno dall’altro, forse per darci la possibilità di accettare quel momento in cui saremo trascinati via, così lontano che al nostro ritorno la persona che amiamo di più al mondo non ci sarà più.

Presi la macchina da scrivere e richiusi il cofano. Sapevo cosa significava il fatto che papà l’avesse messa proprio lì. Voleva dirmi che scrivere sarebbe stato per me il motore che avrebbe fatto andare avanti la mia vita.

«Bitty… non sei l’unica figlia che aveva, sai? Avevamo tutti un posto tra le sue braccia».

Ma vivere la propria vita richiede fatica e sudore, perché o si abita nella casa di qualcun altro, che qualcun altro ha costruito, oppure è necessario costruirsela, la propria casa. E un uomo con le mani di mio padre era un uomo che aveva fabbricato una casa fatta di stelle e intessuta di cielo. E aveva tenuto la vita, palpitante, tra le dita, abbandonando le comodità per sentire e nutrire la fiamma che la alimentava. La vita è qualcosa di primitivo, e a volte l’unica cosa che si può fare per tirare avanti è sopportarne il peso. E intanto, raccogliere i frutti dell’amore e della famiglia e della casa che abbiamo costruito per noi. Non si può pensare di raccogliere quei frutti senza sporcarsi le mani. Solo così si sa che si sta facendo bene. Quando allunghi la mano, e le voci ti sferzano i palmi con tanta violenza da lasciarti i segni.

«Era vera gentilezza d’animo, la sua. A volte non c’è bisogno di dimostrare altro ai propri simili. A volte non c’è bisogno di fare altro per essere un grand’uomo».

«Mio padre direbbe che è troppo povero per permettersi le ali. Così ce le costruiremo noi le nostri ali, eh, papà? Ci faremo le nostre ali con il caos da cui veniamo, perché è attraverso il caos che abbiamo imparato a volare».

Solo la libertà fa la differenza tra una vita vissuta e un’esistenza che ci viene imposta.

«Qualsiasi cosa tu finisca per fare, Bitty, fa’ in modo che sia la vita che desideri tu. Non quella che vuole qualcun altro, altrimenti un giorno o l’altro finirai anche tu cieca, incatenata a un albero. Una ragazza diventa donna davanti al coltello…». Mi scostò i capelli dal viso portandoli dietro le orecchie con dolcezza, prima di darmi un leggero bacio sulla fronte. «Ma la donna che poi diventa, se è abbastanza forte, si scosterà da quella lama. Ti auguro di averne la forza».

Immagino che esistano cose che non ci è possibile dimenticare.

Buona giornata,

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