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Recensione: “La scelta del gatto. Lezioni feline sull’arte di vivere” di Matteo Rampin con Laura Fanna e Matteo Loporchio

Buongiorno a tutti sono Elena, vi ringrazio di essere su Life is like a wave who rises and falls! Oggi vi parlo della mia ultima lettura:

La scelta del gatto. Lezioni feline sull’arte di vivere

Matteo Rampin,
con Laura Fanna e Matteo Loporchio

TEA, 2020

ISBN: 978-8850258246, 128 pp.

I gatti sono creature affascinanti e insieme inquietanti, sfuggenti, ambigue e mai scontate. Osservarne i comportamenti può insegnarci parecchie cose. Se i gatti ci vedono al buio è perché sanno sfruttare anche una minima porzione di luce, allo stesso modo potremmo imparare a fare noi umani nell’affrontare situazioni apparentemente oscure. Se le cadute sono inevitabili, e bisogna mettere in conto le sconfitte nel gioco dell’esistenza, possiamo pur sempre apprendere dai nostri felini come cadere ritrovandoci in piedi. Sono alcuni dei paragoni presentati nel libro, dove vengono affiancati anche da casi clinici. Gli amici a quattro zampe ci possono offrire una lezione di equilibrio e saggezza con i loro atteggiamenti schivi ma comunicativi, con la loro apparente pigrizia e apparente aggressività, con la loro sapiente capacità di mantenere la giusta distanza e vicinanza. Cercare di comprendere le ragioni che muovono queste misteriose tigri in miniatura può aiutare a vedere gli eventi e i problemi sotto una luce nuova.

Matteo Rampin, medico, psichiatra e psicoterapeuta, è autore di più di trenta libri pubblicati in Italia e all’estero. È consulente personale di atleti, allenatori, manager e artisti di livello internazionale. Il suo approccio al miglioramento e al cambiamento si basa sull’applicazione delle neuroscienze a procedure non convenzionali di problem solving. Tra i suoi titoli ricordiamo Come imparare a studiare, Al gusto di cioccolato, Quando il sesso diventa un problema (con Giorgio Nardone).

Classificazione: 3 su 5.

Reading time: dal 4 all’8 marzo 2022.

Lettura n° 8 del 2022.

Questo libriccino è diviso in tanti piccoli capitoli e ognuno è introdotto da un aforisma (e alcuni sono davvero bellissimi), affronta un comportamento o una caratteristica dei gatti e ci mostra come possiamo trarne qualche insegnamento per affrontare in modo diverso e migliore i problemi della vita quotidiana. L’autore è uno psicoterapeuta e gli esempi che ci riporta sono di alcuni pazienti che grazie ai loro amici pelosi hanno trovato giovamento nel focalizzarsi su di essi e anche nel cercare di imitarli, facendo le dovute comparazioni con il nostro comportamento. Leggendo delle abitudini dei gatti ne ho ritrovate moltissime anche delle mie due gatte e mi è tornato alla mente come anch’io notai certe loro peculiarità.

Mi aspettavo però una maggiore introspezione psicologica sui gatti, che andasse più a fondo, speravo di trovarvi un qualche elemento che non conoscevo, ma invece resta su tematiche generali e immediate quasi.

È una lettura carina, scorrevole, adatta a tutti, specialmente agli amanti dei gatti, però se si è alla ricerca di qualcosa di più specifico questo libro non è adatto. Resta una lettura piacevole e anche un regalo carino agli amanti di questi piccoli felini che condividono le nostre case.

Aforismi:

L’osservazione della natura è fonte di inesauribili riflessioni, e si può cominciare da ciò che ci è più vicino.

Il buio non si sconfigge con un buio più forte, ma con la luce: questo vale anche per l’eterna lotta tra irrazionalità e ragione, ingiustizia e giustizia, male e bene. A volte è difficile persuadersi che un po’ di luce, da qualche parte, c’è: ma è solo accettando questa idea, che si trova la spinta a cercare la luce, e – come noto – chi cerca trova.

Insomma, il primo passo per sconfiggere il buio è riuscire a sopportarne la vista. Chi fugge di fronte a ciò che lo spaventa si priva della possibilità di scoprire che metà della paura si trova nella sua testa.

Molti si rifiutano di vivere pienamente perché temono di cadere, di essere sconfitti, di lasciar andare qualcosa di quello che vogliono tenere sotto un controllo assoluto. È il modo migliore per incorrere nella sconfitta più dura, l’unica vera sconfitta: quella che deriva dal non aver voluto mettersi in gioco.

Fare qualcosa che non serve a nulla ci insegna a non essere servi di nessuno: cosa di cui i gatti, notoriamente, sono sommi maestri.

Non sono le cose in se stesse a farci star male o bene, a procurarci soddisfazione o noia, ma il modo in cui le consideriamo.

Detto di derivazione storica

La realtà apparve sotto un’altra luce: le cose incontrollabili accadono, e cercare di evitarle moltiplicando il controllo sugli eventi è assurdo e paralizzante; a volte, non sono gli eventi incontrollabili a generare conseguenze drammatiche, ma le reazioni umane agli eventi – e spesso un evento dalle potenziali conseguenze tragiche non dà avvio alla sequenza di fatti negativi proprio perché le persone non gettano benzina sul fuoco e si limitano a osservare senza intervenire attivamente nel tentativo di forzare il corso degli eventi; l’umorismo è un’ottima medicina, e ci permette di cogliere gli aspetti positivi di molte vicende che, se fossero prive di questa lettura divertita, sarebbero sterili o negative.

È solo esponendosi ai pericoli che si impara ad affrontarli, perché si impara a riconoscere l’aggressore e a sviluppare le reazioni che serviranno a neutralizzarlo.

Il gatto non si perde in faccende inutili e prive di senso.

Ogni gatto ha una sua voce, individuale, definita, diversa da quella degli altri.

È ovvio che applicare agli animali i comportamenti tipici della nostra specie è un’assurdità. Proiettare su di loro le categorie umane fa torto a loro e a noi.

Quando li accarezziamo nel modo giusto, proviamo piacere perché il pelo è liscio, ma un piacere ulteriore ci deriva dal riuscire a fargli fare le fusa. Questo lento, dolce e sommesso «ron ron» che possono emettere, tra tutti i felini, solo gli appartenenti al genere Felix è la prova che essi apprezzano la nostra dedizione, ed è anche l’invito a proseguire. Mentre socchiudono gli occhi beatamente, il loro stato concilia a sua volta il nostro rilassamento. Si innesca un circolo virtuoso di endorfine, che merita di essere analizzato.
La sequenza è avviata da una nostra iniziativa (sempre che questo sia vero, e ammettiamolo con molte riserve!); le carezze provocano nel nostro beniamino una risposta di piacere manifesto; questa, a sua volta, rafforza l’accarezzamento: in pratica, ricaviamo più piacere dal piacere che il gatto ricava.

I gatti hanno gusti difficili: non sono di bocca buona, e non ci riferiamo all’alimentazione. Hanno criteri selettivi rigorosi, nei confronti della specie umana. A loro una persona o piace o non piace, e se non piace non ci sono molti sistemi per far sì che cambino idea: scelgono loro, e ce lo fanno capire in quel loro modo gelido di cui nessun altro animale è capace.

Noi siamo visti dal gatto come genitori adottivi, perché esprimiamo nei suoi confronti, anche quando è adulto, tutti i comportamenti che i cuccioli vedono messi in atto dai loro genitori: l’accudimento, la protezione, il procacciamento del cibo.
Ai suoi occhi, l’uomo non è il capobranco, ma una sorta di mamma gatta che pulisce, nutre, protegge, accarezza.
Le nostre carezze sono lette da chi le riceve come un gesto molto simile a quello che fa la mamma gatta quando lecca i cuccioli nelle prime fasi di vita.

Buona giornata a tutti,

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