By Me

Scrivere non significa pubblicare

Scrivere non presuppone la pubblicazione. Il bello dello scrivere è nel suo potere catartico, nel vedere le cose secondo una nuova prospettiva, nella creazione pura. Ma la possibilità di vedere pubblicato tutto ciò che si scrive non lo rende automaticamente meritevole di esserlo. C’è chi scrive per il piacere di farlo ma anche chi scrive per pubblicare. Non tutto ciò che si scrive deve essere per forza pubblicato. L’importante è dare alle cose il loro nome perché altrimenti è facile essere fraintesi.

È da quasi 11 anni che scrivo per il piacere di scrivere su questo blog e da più di tre che ho anche Alessandro III di Macedonia. Sto portando avanti due progetti di scrittura, uno in fase più avanzata e l’altro più complesso ed elaborato che è anche precedente ma solo alle prime fasi di pianificazione. Non so quanto mi ci vorrà ma scriverò questi due libri. Verranno pubblicati? Non ne ho la più pallida idea e non mi interessa. Ora mi godo il piacere della scrittura e non penso alla pubblicazione anche se per come la penso ora non starà a me decidere se verranno pubblicati oppure no, ma a persone competenti che fanno quello di lavoro. Magari cambierò anche idea però non so, non voglio chiudere nessuna porta perché è ancora presto, ma so che questo pensiero è coerente con tutto ciò che penso sui libri, sulla loro bellezza e sul loro valore.

Ho sempre pensato che la scrittura sia un’arma potente, catartica e il voler scrivere un libro deve essere una cosa che si fa per sè, una forma di creazione pura e l’idea di volerlo pubblicare per farlo leggere agli altri porta fuori strada. Adesso capisco il discorso che mi fece un’amica qualche mese fa perché allora non lo capii, pensai che mi volesse tagliare le gambe ma ora ho capito che ha ragione: scrivere con l’idea di farlo leggere agli altri cambia la visione dello scrittore, ne modifica le intenzioni, influenza il processo creativo. Stesso discorso è quello sul self publishing che non condivido se non in alcuni rari casi.

Il vedere pubblicato tutto ciò che viene scritto, senza filtri o metodi di valutazione sta portando la letteratura a degradarsi. Su Amazon e piattaforme simili veniamo sommersi da svariati tipi di persone che pubblicano, che si definiscono scrittori perchè hanno pubblicato un libro. Basta sfogliare qualche profilo su Facebook e come professione sono scrittori di libri e sui loro blog e quant’altro. Ma qual è il valore del loro libro pubblicato? Cos’hanno loro in più che un altro che non si autopubblica non ha?

Perchè la maggioranza delle persone ritiene che la scrittura creativa sia alla portata di tutti, che basti ritagliarsi del tempo e scrivere per poter essere pubblicati? Sì, col self si ha una sorta di democratizzazione della scrittura, ma davvero vogliamo leggere qualcosa che è stato scritto di getto, da persone non competenti e inesperte, senza una base di conoscenze alle spalle? L’eccezione c’è e io stessa ne ho trovate alcune (e si contano sulle dita di una mano), ma tutti gli altri sono libri che leggi e che dimentichi tranquillamente dopo che li hai finiti. Questo capita anche con dei libri pubblicati dai maggiori editori però troppo spesso nei libri auto-pubblicati mancano le basi di quello che potrebbe diventare un buon libro. Poi magari non lo è comunque ma per altri motivi, ma almeno le basi ci sono.

Scrivere non è alla portata di tutti. Scrivere non è leggere. Leggere è alla portata di tutti ma chissà perché la maggioranza della popolazione non legge. Leggere molto non presuppone saper scrivere. Scrivere libri non è da tutti. Scrittore non si diventa scrivendo e autopubblicandosi.

Scrivere è il sogno di molte, moltissime persone vero, ma se un sogno diventa così facilmente realizzabile allora è davvero un sogno? Anche in questo caso il salto tra scrivere e pubblicare diventa quasi automatico ma non dovrebbe esserlo.

Quante volte sentiamo che per raggiungere certi obiettivi, i propri sogni, bisogna lottare, sudare e lavorare duramente? Un sogno del genere cozza con la maggior parte del self-publishing perché non c’è più bisogno di pianificare, studiare, lavorare, limare, correggere, leggere e rileggere e rileggere ancora e far leggere, ma basta scrivere sistemare un po’, avere una bella copertina accattivante e il gioco è fatto. Tutto questo non è voler scrivere ma è voler essere, il voler apparire e arrivare in un certo modo, è un’altra forma di esibizionismo come ormai ce ne sono tante.

Ecco perchè dico che è facile essere fraintesi. Quando qualcuno dice “voglio scrivere un romanzo” e pensa alla sua pubblicazione, in realtà è come se volesse dire “voglio pubblicare un libro”, ma perché non dice così? Perchè non si usano le parole giuste? E perchè si scrive per pubblicare e non più per sè stessi? Il sogno di vedere stampato il proprio libro scritto lo si può realizzare con la stampante a casa propria, resterebbe umilmente privato e non arrogantemente pubblico.

Cosa c’è di male nel fare qualcosa solo per noi stessi? Non lo si nobilita maggiormente così? No, nobilitare ormai vuol dire rendere pubblico. Proprio come si postano su Facebook foto di momenti intimi e indimenticabili per noi e della cui privacy rinunciamo per essere, per apparire, per far vedere il nuovo neonato al mondo intero, del far vedere l’erba del nostro prato di un verde più verde che mai. La mia non è invidia perché non invido l’esibizionismo e ho la testa sulle spalle, so il valore di ciò che faccio e i miei momenti me li tengo per me e non li posto su Facebook o su Instagram. La mia vita non è pubblica ma anche se lo fosse a chi interesserebbe veramente? Rinuncio alla mia privacy e alla mia intimità per una manciata di like? C’è chi lo fa, ma questo discorso sulla privacy per me è accostabile anche allo scrivere di chi scrive col presupposto di voler pubblicare.

Non si fa più nulla per noi stessi e tutto ciò che si fa deve avere un secondo fine pubblico. Non c’è più privacy, tutto deve essere pubblico e fatto per apparire e abbiamo il coraggio di dare alle cose il loro nome.

Davvero la letteratura ha bisogno di tutto ciò? Mettiamoci nei panni del lettore che spende tempo e denaro per leggere. Perché deve accontentarsi di qualcosa di mediocre fatta eccezione per alcuni rari casi? Si pensa da scrittori che vogliono scrivere e pubblicare ma il lettore cosa deve fare, come deve pensare? Deve leggere il prodotto di turno che viene sponsorizzato sul web? Perchè il lettore dovrebbe abbassarsi e pretendere di meno, accontentarsi di qualcosa che viene pubblicato senza pretese di essere? Davvero un libro può essere pubblicato senza pretese? Se un libro viene pubblicato la pretesa ce l’ha, bisogna vedere se poi riesce ad essere, se può essere, ma non diciamo che non si hanno pretese. Io se pubblicassi un libro vorrei fosse bello, che resti nel cuore del lettore e non lo nego perché a dire il contrario sarei ipocrita. Chi è che scrive senza pretese e si pubblica? Che significa scrivere senza pretese? Scrive senza pretese chi lo fa per sè stesso. È possibile pubblicare senza pretese? Secondo me no, pubblicare è già una pretesa. Ma anche se una persona avesse questa idea di pubblicare senza pretese perché il lettore dovrebbe leggere un libro senza pretese?

Ecco perché per come la penso e credo la penserò per sempre (anche se non voglio essere drastica o peggio ipocrita ed ergermi su un pulpito perché magari quando avrò messo il punto ai miei scritti vorrò anch’io essere vanitosa e dire di essere arrivata auto-pubblicandomi) se mai dovessi scrivere qualcosa non sarò io a giudicare se varrà la pena di essere pubblicato. Inoltre ammetto che anche avere due blog è anch’essa una forma di autocompiacimento, ma è anche vero che non ho ritorni economici in questi casi e che questo è un mio spazio sui miei pensieri e il blog su Alessandro è pensato sperando di essere utile per qualcuno anche se è una sorta di mio database, ma più che pensare a ciò che è aspiro a farlo diventare ciò che ancora non è, ma questo è un altro discorso.

Sono del leone, aspiro alla perfezione e anche se non sarò una campionessa in autostima non mi accontento e punto sempre in alto, forse anche troppo ma avere delle aspirazioni e dei sogni è ciò che motiva la vita. Proprio perché miro alla perfezione ciò che scrivo voglio che almeno per me vada bene che sia perfetto o quasi, però so anche che non sono una professionista e che nonostante le mie convinzioni potrebbe non essere comunque buono per gli altri. Ecco perché dico che mi affiderò agli altri. Ovvio che qualche critica ci sarà sempre e comunque ma questo è normale. Io non ho l’arroganza o forse l’autostima necessaria da farmi credere che ciò che scrivo vada bene, che sia bello anche per gli altri, ma non c’è nulla di male nell’avere dei dubbi e nel non essere decisi e convinti. Non c’è nulla di male neanche nell’esserlo però senza la valutazione di altri si rischia e rischiando si può vincere ma anche cadere.

Vi chiedo come la pensate? Buona domenica a tutti,

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