Aforismi, Recensioni libri

Recensione: “Vox” di Christina Dalcher

Buongiorno a tutti, grazie di essere su Life is like a wave who rises and falls! Oggi vi parlo di una lettura che mi ha appassionata sebbene non sia perfetta:

Vox

di Christina Dalcher

ISBN: 978-8850256204, pagg. 414

Tea, 2020

Ttitolo originale: Vox, Tradotto da: Barbara Ronca

Jean McClellan è diventata una donna di poche parole. Ma non per sua scelta. Può pronunciarne solo cento al giorno, non una di più. Anche sua figlia di sei anni porta il braccialetto conta parole, e le è proibito imparare a leggere e a scrivere.

Perché, con il nuovo governo al potere, in America è cambiato tutto. Jean è solo una dei milioni di donne che, oltre alla voce, hanno dovuto rinunciare al passaporto, al conto in banca, al lavoro. Ma è l’unica che ora ha la possibilità di ribellarsi.

Per se stessa, per sua figlia, per tutte le donne.

[limite di 100 parole raggiunto.]

Christina Dalcher si è laureata in Linguistica alla Georgetown University con una tesi sul dialetto fiorentino. Ha insegnato italiano, linguistica e fonetica in diverse università, ed è stata ricercatrice presso la City University London. Vive negli Stati Uniti e, quando possibile, trascorre del tempo in Italia, soprattutto a Napoli. Vox è il suo romanzo d’esordio.

Classificazione: 3 su 5.

Reading time: dal 25 al 27 dicembre 2020.

Lettura n° 44 del 2020.

Vox, romanzo d’esordio di Christina Dalcher è stata una bella lettura anche se presenta qualche difetto. È iniziato bene, anzi benissimo: siamo negli Stati Uniti che potrebbero essere quelli di oggi e Jean McClellan è una madre e perfetta casalinga che non protesta e non ha opinioni. Non perché sia stupida, ma perché non può esprimersi liberamente. A tutte le donne è stato messo un contatore-bracciale che permette loro di pronunciare solo cento parole al giorno, dopodiché inizia a infliggere scosse sempre più forti. Ma Jean McClellan fino a un anno fa era una linguista specializzata dell’Area di Wernicke, quella che se danneggiata fa perdere l’uso corretto e la comprensione delle parole. Si chiama Afasia di Wernicke non perché i pazienti non parlano ma perché si esprimono senza senso. Jean è una donna di quarantaquattro anni con quattro figli (di cui l’ultimo è una femmina) ed è sposata con Patrick, medico nella stretta cerchia delle persone che sembra contino di più. Tutto iniziò a cambiare quando il  reverendo Carl Corbin piano piano prese il potere con i suoi ultra-conservatori sostenitori e così gli USA divennero quello descritto qui.

Peccato che la tensione della distopia c’è solo nelle prime 120-130 pagine, poi il libro diventa un thriller con spie, resistenza, laboratori con cavie e Lorenzo, il bell’amante italiano della dottoressa Jean. Il primo giorno quando l’ho iniziato ho letto 115 pagine e andando a dormire ho pensato a quante parole dico ogni giorno, a come sarebbe poterne dire solo cento, ma poi la tensione scema. Prima Jean ci dice che non si fanno quattro figli a caso con un uomo e poi si chiede se abbia mai amato il senza-palle Patrick, perché paragonato a Lorenzo è questo, un senza-palle. A un certo punto del libro mi sono trovata a tifare per Patrick anche se il poveretto è alla fine il vero eroe della storia, mentre lei preferisce viversi il sogno proibito dell’amante italiano con cui aspetta un altro figlio. Il finale è frettoloso: che fine ha fatto la madre italiana di Jean o Gianna come la chiama Lorenzo, anch’essa colpita da Afasia di Wernicke? Questo a noi non è dato saperlo perché lo sa solo l’autrice, inoltre è una coincidenza che anche lei sia stata colpita proprio da quel tipo di afasia o c’è sotto qualcosa, qualche intrigo non detto? Mistero. Peccato, perché questo romanzo l’ho letto in tre giorni ed è scorrevole, forse anche troppo perché sembra perdere qualcosa per la via: la componente distopica prima di tutto e poi manca una spiegazione esaustiva di come effettivamente si sia arrivati a questa società così stereotipata, misogina e maschilista, ma manca anche il post ribellione della famiglia McClellan più alleati.

Gli ingredienti per creare un bel romanzo distopico da adulti c’erano tutti, ma la Dalcher non li ha usati bene. Sì è persa troppo nel raccontare la tresca amorosa tra Jean e Lorenzo invece che parlare di quello che contava davvero. Probabilmente parlando di Lorenzo lei stessa ha perso il filo. A un certo punto del libro il figlio maggiore Steven scappa di casa per rimediare alla cavolata da perfetto adolescente che ha fatto e Jean se lo ritrova due giorni dopo in uno dei processi che trasmettono in tv per chi non è puro o che commette atti impuri. Come vede il figlio dice che lo riconosce all’istante come solo una madre può fare col proprio figlio, poi dopo due pagine non è più preoccupata per quello che gli sarebbe potuto succedere o di salvarlo. Come vi ho già detto, potenzialità sfruttate male. In tutto ciò credo ne escano meglio alcuni personaggi secondari che anche se non sono molto approfonditi (un’altra mancanza) sono coerenti dall’inizio alla fine. Mi riferisco ad esempio a Patrick, all’esuberante e femminista Jackie, compagna di stanza del college di Jean che riuscì a prevedere tutto, all’amica e super neurologa Lin. Peccato. Vedremo perché si tratta pur sempre di un romanzo d’esordio e sono curiosa di leggere se Christina Dalcher migliorerà nei prossimi libri.

Ho notato solo un refuso nel libro, a pagina 269.

Buona giornata a tutti e restate sintonizzati perché arriverà sicuramente un’altra recensione entro la fine dell’anno,

CITAZIONI:

Non puoi protestare contro qualcosa che non ti aspetti.

Puoi portare via molte cose a una persona: soldi, lavoro, stimoli intellettuali. Puoi anche portarle via la voce senza intaccare la sua essenza più profonda. Ma, se le impedisci di sentirsi parte di un gruppo, se le togli lo spirito di squadra, le cose cambiano.

Se volete sapere che aspetto abbia la depressione, tutto ciò che dovete fare è guardare negli occhi una persona depressa.

La memoria è odiosa.

Mostri non si nasce, si diventa.

Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione.

Edmund Burke

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