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Recensione: “Il Signore degli Orfani” di Adam Johnson

Buongiorno a tutti, oggi voglio parlarvi di un libro che pensavo avrei letto in due settimane ma di fatto sono stati due mesi. Non so se è “colpa” mia, perché spesso avevo voglia e tempo di leggerlo ma di fatto preferivo guardare una serie TV. Una colpa può essere del caldo perché quando fa troppo caldo non riesco a leggere ma non può essere così grave in questo caso. Nonostante tutto resta una lettura da quattro stelle e vi spiego subito il perché.

Il signore degli Orfani” di Adam Johnson

Pak Jun Do è figlio di una madre scomparsa, una cantante rapita e portata a Pyongyang per allettare i potenti della capitale, e di un padre influente, direttore di un orfanotrofio. Crescendo, si fa notare per lealtà e coraggio, tanto da convincere lo Stato a offrirgli una carriera molto rapida. E per lui comincia un percorso senza ritorno attraverso le stanze segrete della dittatura più misteriosa del pianeta. “Umile cittadino della più grande nazione del mondo”, Jun Do diventa un rapitore professionista, costretto a destreggiarsi tra regole instabili e richieste sconcertanti da parte dei suoi superiori per sopravvivere. L’amore per Sun Moon, attrice leggendaria, lo porterà a prendere in mano la propria vita, con un sorprendente colpo di scena. Ambientato nella Corea del Nord dei nostri giorni, il libro di Adam Johnson descrive vita e accadimenti di un moderno Candido in un regime isolato e folle, un vero e proprio regno eremita in cui realtà e propaganda si sovrappongono fino a essere indistinguibili. Romanzo d’avventura, racconto di un’innocenza perduta e romantica storia d’amore, “Il signore degli orfani” è anche il ritratto di un mondo che fino a oggi ci è stato tenuto nascosto: una terra devastata dalla fame, dalla corruzione, da una crudeltà che colpisce a caso, dove esistono anche solidarietà, inaspettati squarci di bellezza, e amore.

3 stelle e mezza.

Reading time: dal 2 giugno al 29 luglio 2019.

Lettura n° 17 del 2019.

Prima di tutto una premessa: il titolo italiano non è giusto. Sarà sicuramente stata una scelta editoriale ma per me non ha senso visto che il titolo italiano fedele all’originale sarebbe stato Il Figlio del Signore degli Orfani. Mi sembra accattivante anche questo, sbaglio?

Questa è la distopia delle distopie e, purtroppo, perché se non è realtà ci si avvicina terribilmente. Ricordo che ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2013. Protagonista del romanzo è Pak Jun Do, che richiama volutamente il “John Doe” americano, figlio di un gestore di un orfanotrofio e di una bellissima cantante portata nella capitale per essere allietare i potenti coreani. Agli orfani vengono dati i nomi dei martiri della rivoluzione nordcoreana e il nostro protagonista si sceglie il suo nome. Dopo un’infanzia vissuta nella carestia dell’orfanotrofio Jun Do avrà una vita piuttosto particolare: si arruola nell’esercito e diventa capo di quella che sembra un’élite di soldati addestrati a combattere al buio e a sopportare il dolore per oltrepassare nei tunnel la zona demilitarizzata che collega la Corea del Nord a quella del Sud. In seguito diventerà un sequestratore, poi un esperto radiotecnico a bordo di un peschereccio nella zona vicino al Giappone. Come consuetudine tra i pescatori si farà tatuare sul petto il volto della moglie ma, non avendone una e dovendo comunque scegliere, sceglierà quello di Sun Moon, attrice ed eroina nazionale per la quale lo stesso Caro Leader scrive le parti in cui dovrà recitare. Dopo una serie di altri avvenimenti, tra cui anche un viaggio in Texas alla fine del quale viene internato in un campo di lavoro.

Da qui subentrano due nuovi narratori della storia. Il primo è il punto di vista di un ragazzo celibe, di cui non sapremo mai il nome che vive coi genitori e che lavora come addetto agli interrogatori nella Divisione 42, una sezione che si occupa della “rieducazione” dei detenuti: dopo aver ottenuto la verità con mezzi di tortura più o meno maneschi, i poveri malcapitati vengono sottoposti al “pilota automatico” cioè a uno strumento che con delle scariche elettriche cancella la loro memoria. Gli agenti di questa squadra hanno il compito di scrivere un libro, per ogni detenuto, sulla sua vita, riportando a galla i racconti che piano piano arrivano alla verità. Il secondo è la storia di Jun Do/Ga narrata dagli altoparlanti della radio del regime. Scopriamo pian piano come il protagonista sia riuscito a scappare da quel campo di lavoro fingendosi il terribile Comandante Ga. Anche se viene subito riconosciuto come impostore, il suo scambio di identità viene ufficializzato quando il Caro Leader Kim Jong Il lo accetta come tale. Così Jun Do/Ga adesso si trova ad avere come moglie la bellissima Sun Moon, di cui piano piano acquista la fiducia assieme a quella dei due figli di Sun Moon e Ga. Piano piano scopriamo anche la vera storia di Sun Moon e capiamo come lei sia la sola persona che interessi veramente al Caro Leader, come sia la sola ad avere una certa influenza su di lui. Sun Moon descrive il Caro Leader in una frase che secondo me mostra tutto su di lui:

Quando lui vuole che tu perda più di quanto hai già preso, allora fa in modo di farti avere cose che tu possa perdere.

Jun Do/Ga riesce a far scappare dalla Corea la moglie coi due bambini e per questo viene affidato alla squadra della Divisione 42 e così i due narratori della storia si incontrano e tutto trova una spiegazione. Qui Jun Do/Ga subirà le più terribili torture perché non cede di rivelare che fine abbia fatto la presunta morta Sun Moon e la storia arriverà a un finale giusto.


Il bello di questo romanzo è che tutti i personaggi indossano costantemente una maschera, tutti interpretano il ruolo che gli viene imposto dal regime. Tutto viene creduto e ritenuto vero in base a quello che annunciano gli altoparlanti della radio di Stato presenti in ogni dove come una sorta di Grande Fratello delle notizie. Noi lettori dobbiamo filtrare quello che ci viene raccontato come la “Miglior storia nordcoreana dell’anno”, perché ascolteremo la storia rimaneggiata di Jun Do/Ga e così avrà un’ulteriore identità oltre quelle che già conosciamo. Tutti vivono nel buio del regime, ma nonostante quest’oppressione che arriva dall’alto e da ogni parte, il protagonista riuscirà ad avere un legame vero e profondo con Sun Moon e che fino alla fine non perderà mai il suo vero io.

Io non sono te, io sono soltanto io.

Questa è una storia di sacrificio, amore, soprusi, menzogne, potere e l’autore in 547 pagine dipinge un’opera molto bella, umana, terribile, spietata, crudele. La vita nella Corea del Nord è la migliore possibile, così vuole farci credere il Caro Leader, ma noi sappiamo tutto il resto e ne usciamo sconvolti per le atrocità che leggiamo in questo romanzo.

C’è un’ultimo appunto che voglio fare prima di passare con le frasi che ho sottolineato nel libro: all’inizio della seconda parte mi sono un po’ persa con l’inserimento dei nuovi punti di vista, ma poi si sono rivelati un escamotage molto azzeccato dall’autore. Vorrei averlo letto in meno tempo, averlo meno diluito perché nonostante tutto mi è piaciuto molto e forse mi sarebbe piaciuto ancora di più a leggerlo nel modo migliore. Non a caso ha vinto il Pulitzer.

L’oscurità dentro la tua mente è qualcosa che l’immaginazione riempie di storie che non hanno nulla a che fare con il buio reale che ti circonda.

Non permettere mai che il dolore ti spinga dentro il buio. Lì, tu non sei nessuno e sei da solo. Una volta che ti allontani dalla fiamma, è finita.

Usa la tua immaginazione soltanto per il futuro, mai per il presente o il passato.

Esiste un amore più grande, un amore che dai luoghi più umili ci eleva alle vette.

Tutte le lezioni che devi imparare nella vita, ti vengono impartite dal tuo nemico.

C’è un discorso che ogni padre fa al proprio figlio, un discorso con cui gli fa capire che ci sono delle cose che si devono fare e che si devono dire ma che, dentro, noi siamo sempre noi, siamo sempre una famiglia.

Anche se trentamila persone soffrono assieme a te, tu soffri in solitudine.

Il padre di un orfano è doppiamente importante. Gli orfani sono gli unici che devono scegliersi un padre, e lo amano il doppio.

Un nome non è una persona. Non ci si ricorda di una persona per il nome. Per tenere qualcuno in vita, lo metti dentro di te, metti la sua faccia sul tuo cuore. E allora non importa dove sei, sarà sempre con te perché fa parte di te.

Una giornata non era semplicemente un fiammifero che sfregavi dopo che tutti gli altri si erano spenti.

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