Recensioni libri

Recensione: “L’albero velenoso della fede” by Barbara Kingsolver

5 stelle

letto dal 10 al 18 luglio 2018

tra i più belli del 2018!

È incredibile come alcuni libri di cui leggi tante recensioni perché le trovi ovunque, anche senza cercarle e quando poi ti leggi ti dici “ne hanno parlato troppo bene, non è niente di speciale”, mentre altri libri li scopri per caso e poi inizi a leggerli per caso e sono una rivelazione. Alcuni libri sembra che vogliano trovarti per forza e non ti lasciano nulla, mentre altri si lasciano scoprire e poi si fanno anche ricordare. Questo libro è stato una sorpresa: l’ho acquistato su IBS perché c’era un’offerta “2 a 15 €” o qualcosa di simile e poi per caso l’ho iniziato. 

Romanzo tutto al femminile di Barbara Kingsolver, infatti è composto da 5 voci narranti di donne, quella della famiglia Price. Nel 1959 la famiglia del pastore battista Nathan Price si trasferisce in Congo per un anno, più precisamente a Kilanga, nel tentativo di portare sulla retta via la disgraziata popolazione congolese che ancora brancola nel buio. Assieme a Nathan si trasferiscono la moglie Orleanna e le quattro figlie: Rachel, la maggiore e la più vanitosa (di 17 anni circa) ; le gemelle Leah e Adah, dotate di un’intelletto superiore alla media ma la seconda è un handicap che l’ha resa muta e storpia dalla nascita (di 16 anni circa); infine Ruth May la più piccola ancora bambina.

È dall’intreccio dei racconti di queste donne che nasce questo libro. La particolarità è che ognuna di loro narra gli avvenimenti proprio in base alla sua visione e al suo pensiero: Orleanna è una donna schiacciata dagli eventi; Rachel è frivola e fin dall’inizio non è d’accordo sul trasferimento della famiglia in quel luogo sperduto al centro della giungla, Leah segue ciecamente il padre e vive per compiacere lui con la scusa di farlo per il Signore, Adah nella sua essenzialità espressiva coglie sempre l’essenza delle cose, Ruth May è la più piccola e proprio per questo è la prima ad adattarsi alla nuova vita. 

I 17 mesi passati a Kilanga influenzeranno totalmente il resto della vita di queste donne. Il libro non finisce con la partenza dal Congo, ma va avanti proprio per mostrare le conseguenze di quei mesi. 

“Vivere significa essere segnati. Vivere significa cambiare, acquisire le parole di una storia, e questa à l’unica celebrazione che noi mortali conosciamo davvero.”

Non è stata una lettura che mi ha catturato subito perché inizia con l’arrivo di queste donne in Congo e sono fuori dalla loro cultura, da ciò che conoscono e vengono anche viste dalla popolazione indigena come delle estranee. Poi il quadro perfetto inizia a creparsi: tutte, chi più chi meno ma comunque tutte loro, all’inizio vedevano in Nathan il capo-famiglia, la persona che le avrebbe protette, il pastore su cui fare sempre riferimento e piano piano attraverso i loro occhi scopriamo che la fede di Nathan è una fede cieca, malsana. Quel pastore è convinto di poter fare ciò che vuole con la popolazione di quel villaggio, è sicuro di evangelizzare gli indigeni e che sarà visto da loro come il salvatore delle loro anime, ma non riesce a integrarsi e perfino a capire la profonda differenza tra la sua cultura americana e quella congolese. 

“Comunque abbiamo finito tutte per dare il corpo e l’anima all’Africa, in un modo o nell’altro.”

Lì la popolazione non è ricca e chi ha qualcosa che avanza non lo custodisce gelosamente, ma lo condivide perché può fare la differenza per qualcun altro. A Kilanga tutte le persone vestono in colori sgargianti e i bambini crescono in fretta perché devono rendersi utili alla famiglia: le donne sono dedite alla cura della casa, dei figli più piccoli e dell’orto, mentre gli uomini cacciano e prendono le decisioni. Il mondo lì è pieno di colori, odori e suoni della natura; la popolazione viene influenzata dal corso delle stagioni che si alternano a siccità e violenti monsoni che causano allagamenti. A tutto questo l’autrice inserisce anche la storia e la politica, infatti le lotte indipendentiste e gli avvenimenti che successero veramente influenzano la vita di tutte queste persone. 

Questo romanzo è intriso di religione, anzi più che altro di fede, proprio come dice il titolo, ma il titolo dice anche, a ragione, che è una fede velenosa

“Mio padre, le cui forti mani afferravano sempre tutto quanto gli capitava a tiro per piegarlo alla sua volontà, sembrava incapace di afferrare l’accaduto.”

Non è un libro facile da leggere, mi spiego meglio: è bello ed è scorrevole ma al tempo stesso ogni pagina deve venire assaporata, non è un libro che si divora in due giorni, ma va letto piano piano, in modo che anche noi ci possiamo abituare insieme alle protagoniste di venire catapultati in Congo e capiamo anche noi in maniera graduale le abitudini a volte strane della popolazione. 

“Tutto quello che sei sicura sia giusto, può essere sbagliato in un altro luogo.”

Non mancano tanti personaggi curiosi nella loro diversità e originalità che arricchiscono questo libro con la loro visione della vita e della politica.

È bello, bellissimo, non è una lettura da ombrellone ma sarebbe bello se questo libro fosse letto di più perché credo offra uno sguardo efficace sul rapporto tra Occidente consumistico e Africa arretrata e bisognosa. L’autrice l’ha scritto perché durante la sua infanzia ha passato un breve periodo in Congo perché il padre, medico, si era trasferito per lavoro. Una bibliografia finale correda il romanzo, cosa insolita proprio perché è un romanzo ma dimostra il lavoro di documentazione dell’autrice per restare il più possibile alla realtà e alla storia.

Segnalo infine alcune frasi che mi sono piaciute molto: 

“Abbiamo imparato molto presto che non tutti i grandi sono ugualmente immuni dalle offese. Mio padre porta la sua fede come il giustacuore di bronzo dei soldati di Dio, mentre quella di nostra madre assomiglia piuttosto a una tunica di stoffa di seconda mano.”

“Se ti sorprende quando sei nello stato d’animo sbagliato, la Sacra Bibbia può indurti a bere veleno senza mezzi termini.”

“Quando voglio prendere alla lettera Dio, do un’occhiata fuori dalla finestra e guardo la sua Creazione. Perché quella, tesoro, Lui la rinnova ogni giorno per noi, senza un mucchio di discutibili intermediari.”

“Ogni vita è diversa perché sei passata da questa parte e hai toccato la storia.”

1 pensiero su “Recensione: “L’albero velenoso della fede” by Barbara Kingsolver”

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