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Recensione: “Shantaram” di Gregory David Roberts (Shantaram #1)

Shantaram

Nel 1978, il giovane studente di filosofia e attivista politico Greg Roberts viene condannato a 19 anni di prigione per una serie di rapine a mano armata. È diventato eroinomane dopo la separazione dalla moglie e la morte della loro bambina. Ma gli anni che seguono vedranno Greg scappare da una prigione di massima sicurezza, vagare per anni per l’Australia come ricercato, vivere in nove paesi differenti, attraversarne quaranta, fare rapine, allestire a Bombay un ospedale per indigenti, recitare nei film di Bollywood, stringere relazioni con la mafia indiana, partire per due guerre, in Afghanistan e in Pakistan, tra le fila dei combattenti islamici, tornare in Australia a scontare la sua pena. E raccontare la sua vita in un romanzo epico di più di mille pagine.

Letto dal 19 gennaio 2017 al 10 aprile 2017

5 stelle

Scrivo questa recensione di getto, senza aspettare domani come faccio di solito. E non è una recensione vera e propria, ma cercherò di descrivere quello che ho vissuto leggendo Shantaram.

Può sembrare che abbia letto questo capolavoro in quasi 4 mesi ma in realtà i giorni effettivi che ho dedicato alla sua lettura saranno una quindicina e ci ho impiegato così tanto a leggerlo per altri motivi.

Per lungo tempo esplorando Amazon come faccio ogni tanto, mi usciva tra i suggerimenti questo mattone che per la maggior parte delle persone era bellissimo e spinta dalla curiosità venivo qui su Goodreads a cercare dei motivi per non leggere un mattone di 1177 pagine, ma invece riusciva sempre di più a interessarmi e incuriosirmi. Poi per lungo tempo è rimasto nella mia wishlist perché non mi decidevo mai a spendere quasi 20 euro per quello che mi sembrava un azzardo. Poi mi è stato regalato dai miei zii per il mio compleanno (e anche se non leggeranno mai questa recensione, voglio ringraziarli perché è uno dei libri più belli che abbia mai letto) e prima che mi decidessi a leggero è passato ancora un po’ di tempo. Quando l’ho iniziato a gennaio volevo iniziare l’anno libresco alla grande e volevo vedere se Shantaram fosse riuscito a vincere la scommessa o no. Ormai ero troppo curiosa di scoprire cosa avrei pensato di questo libro.

Non ricordo quante volte chiudendo questo libro ho riletto la frase sulla quarta di copertina di Pat Conroy: “Un’opera d’arte straordinaria” e più proseguivo con la lettura e più ero d’accordo con lui. Questo è l’immenso potere della lettura: delle semplici parole stampate sono capaci di trasportare il lettore in luoghi lontani, fargli vivere esperienze che non avrebbe mai creduto di poter vivere. L’arte, nella sua espressione migliore, è questo e questo libro è un’opera d’arte.
Insieme a Lin ho amato Bombay, ho percepito gli odori, il caldo che ti appiccica alla pelle i vestiti, sono stata sul taxi di Prabu col suo sorriso che viene dal cuore, ho vissuto nello slum, sono stata al Leopold e poi in Pakistan e in Afghanistan, ho ascoltato gli standing babas e ne sono rimasta affascinata, sono stata nel palazzo di Madame Zhou. Ho conosciuto personaggi straordinari: Prabaker, il filosofo/padre/mafioso Khaderbhai, la conturbante Karla, Didier e molti altri, l’incredibile orso Kano. Ho vissuto l’incredibile vita di Lin costellata di amici pronti a tutto, ma fatta anche di passioni, tradimenti, amore, destino, assuefazione, rimpianti, dolore e adrenalina pura, redenzione, perdono, momenti meravigliosi ma anche molto tristi, miserabili e terribili. Shantaram è tutto questo e molto di più.
La storia di Lin mi ha fatto ridere, piangere (sì, non sto scherzando), sperare, riflettere. Ma non si può descrivere in poche parole tutto quello che ho provato leggendo Shantaram. Linbaba, con le sue avventure, le sue riflessioni, le sue paure, mi ha affascinata.

Nel romanzo mi hanno catturata le riflessioni filosofiche di Khaderbhai: spesso lui interroga Lin sulle domande fondamentali e da lì scaturiscono dei dialoghi molto belli. Lin rimane influenzato da questi momenti col suo mentore.
Adesso sto già pensando a quando regalarmi L’ombra della Montagna perché non sono ancora pronta a salutare per sempre questi personaggi straordinari e la Bombay che ho imparato ad amare grazie a questo bellissimo libro e, soprattutto, non posso lasciarli sapendo che c’è un seguito. La paura che sarà una delusione c’è perché ho letto delle recensioni negative ma, visto quello che mi successo con Shantaram, voglio avere una mia opinione anche sul seguito.
Non abbiate paura di affidarvi a Gregory Roberts e lasciarvi trasportare nella sua autobiografia romanzata perché non ne resterete delusi.

Grazie Greg/Lin per questo meraviglioso viaggio e arrivederci ne L’ombra della Montagna!

1 pensiero su “Recensione: “Shantaram” di Gregory David Roberts (Shantaram #1)”

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